mercoledì 6 dicembre 2017

Gianmaria Volonté, il cinema che ricerca «un brandello di verità»

Dicembre assume sempre quell’aria un po’ funesta, per i processi mentali innescati dai fattori metereologici e legati al calendario. Il Natale, un altro anno che passa, le temperature gelide, la neve che si affaccia sui monti e quella voglia di un camino acceso nelle domeniche pomeriggio sferzate da un vento più spigoloso di una lama sottile.  
L’unico impegno che ci si sente di assumere è quello di vedere un film, e così, scorrendo le videocassette impolverate ma affascinanti rispetto ai moderni dvd, la scelta può diventare ardua: Sacco e Vanzetti, Il caso Moro, Cristo si è fermato a Eboli. Le alternative sono tante, per chi vuole ritornare a vedere un cinema diverso, intenso e inquietante, capace di trasmettere un’angoscia positiva perché solletica la coscienza e lo fa senza ammettere repliche. Sarebbe ingiusto parlare, per le tre pellicole citate e per altre decine e decine, di un uomo solo al comando, ma in tempi di piedistallo ricorrente non è esagerato ricordare Gianmaria Volonté come uno degli elementi determinanti per la buona riuscita di quelle storie trasmesse davanti al pubblico del grande e piccolo schermo e per l’affermazione di un cinema impegnato, intriso di verità, denuncia e voglia di mandare messaggi importanti. «Tu pensa a dove vuoi mettere la cinepresa, al personaggio ci penso»: parola di Volonté, nonché un manifesto della professione di attore, una scansione rigidissima dei ruoli, una consapevolezza estrema delle proprie capacità condite da entusiasmo e impegno civile ma anche da difficoltà e studio matto e disperatissimo.
Ecco così Gianmaria, nel suo salotto della casa di Colle Ottone a Velletri, camminare nervosamente con la sceneggiatura in mano, facendo su e giù, senza fermarsi mai, percorrendo chilometri in pochi metri per memorizzare, proiettare quella certa battuta in quel certo momento, figurandosi dietro alla telecamera e immaginando le reazioni del pubblico che avrebbe visto la scena tra le tante che compongono un film. L’attore meticoloso non solo pone il suo volto al centro di un cinema serio, ma fa della serietà una delle sue doti principali: la notorietà impone il rispetto della responsabilità creata dalle aspettative. Ma Volonté non delude mai. Legge, rilegge, prende appunti. Dietro al suo lavoro ci sono idee di ogni tipo, c’è un vulcano di pensieri da sviluppare, non è un mero esecutore di copioni ma un interpretatore dei messaggi veicolati da ogni pellicola. Arte e vita sono un'unica cosa, una fusione eccellente mai vista prima, alla pari dell’immedesimazione tripla tra attore, personaggio interpretato e spettatore coinvolto. Gianmaria Volonté accetta o rifiuta un film a seconda di come lo concepisce, da ciò che gli viene suscitato. «Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità. Per me c'è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l'arte e la vita»: non è l’incipit di un saggio di scienze dello spettacolo, ma quello che viene in mente a Volonté per rispondere ad una delle tante domande che poi convergeranno nella pubblicazione di Spila e Montini, Un attore contro. Siamo lontani dai luoghi comuni e dalle dissertazioni vuotate di senso, l’attore che passa dal dottore di Aliano al presidente della DC rapito non è un protagonista scelto per ragioni di marketing. Il confine tra recitazione e realtà è labile quando compare il demiurgo Gianmaria, sia perché spesso e volentieri racconta con le sue parole storie vere, sia perché i valori che emergono dalle sue performance sono gli stessi della vita reale.

Volonté non si risparmia, il suo spirito di abnegazione non si allontana a quello di un mito, il suo essere esempio (per rispetto a se stesso e alla comunità più che per volontà di fare da ispiratore o idolo alla gente comune) si conferma fino all'ultima pellicola. È il 6 dicembre 1994, infatti, quando sul set de Lo sguardo di Ulisse di Theo Angelopoulos un arresto cardiaco mette fine alla sua vita. Il film sarà dedicato alla sua memoria, la voce stanca delle ultime telefonate nel ricordo degli amici di Velletri, dalla governante ai suoi più stretti compagni. Non è morto nelle campagne dei Castelli, non ha salutato la vita all'ombra della Torre del Trivio e lungo il corso dove con jeans e felpa passeggiava fra il popolo, volendo essere uno di loro a tutti gli effetti. Se n’è andato nell'Albergo Lyngos, in Grecia, a Florine, morendo durante le riprese, come un eroe omerico nella patria dell’Iliade e dell’Odissea, ironia della sorte. Lo sguardo di Ulisse lo ha catturato, portandocelo via, quel 6 dicembre e lasciandoci solo le lacrime del suo funerale a Velletri. Ma il vuoto della persona fisica è riempito della rivoluzione di Gianmaria, che ha plasmato arte e vita in un unico grande film, di quelli che non ci si annoia mai di guardare.


Grazie a Gianmaria Volontè. 



Rocco Della Corte