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venerdì 7 luglio 2017

Renzo Giovampietro, il veliterno dimenticato che portò in giro per l’Italia il “teatro civile”

L’anagrafe lega a Velletri Renzo Giovampietro (23 giugno 1924 – 10 marzo 2006), uno dei personaggi che si seppe ritagliare, tra gli anni Cinquanta e Ottanta, una posizione di prestigio nel mondo del teatro e del cinema italiano. 

di Valentina Leone


VELLETRI - In una galleria dei viri illustri veliterni, nativi e adottivi, un posto di spessore andrebbe riservato a Renzo Giovampietro, accanto ai più ricordati Eduardo De Filippo e Ugo Tognazzi che scelsero Velletri per elezione. Giovampietro nacque nella città castellana a metà degli anni Venti e subito si indirizzò al mondo del teatro, frequentando l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma.

Il debutto a teatro e radiofonico, con una trasmissione su radio Rai, avvenne alla fine del secondo conflitto mondiale, ma la guerra ebbe un ruolo risolutivo per determinare il suo carattere e la sua poetica, come ha ricordato l’amico e uomo di teatro Massimo Lello, raccontando che Giovampietro «era di grande compagnia, un burlone attaccato agli aspetti ludici della vita come seppero essere alcuni personaggi dello spettacolo cresciuti nella modesta provincia laziale durante la guerra». La prima apparizione ufficiale del 1945 nell’Antigone di Luchino Visconti, che insistette per dargli un ruolo, fu solo l’inizio di una carriera che si è chiusa solo nel 1996-97 con lo Zio Vania di Cechov allestito dal regista teatrale tedesco Peter Stein. In questo quarantennio Giovampietro sviluppò la sua duplice passione per il teatro di impegno civile e per il teatro della parola, organizzando spettacoli che cercano di coniugare una grande carica morale alla soluzione drammatica del processo.
Dalla volontà di difendere la democrazia e la dignità dell’uomo nacquero spettacoli quali Processo per magia, I discorsi di Lisia, Le verrine e Il governo di Verre, il Processo a Socrate che superò le trecento repliche, il Saul che gli valse nel 2003 il premio «Alfieri-Città di Asti» alla carriera, Don Milani e il Processo a Giacomo Leopardi, portato anche a Bruxelles. Il rapporto forte con la tradizione degli autori antichi, soprattutto greci e latini, e la conoscenza dei più vicini esiti della drammaturgia italiana non ha escluso l’atto creativo, ricercato da Giovampietro soprattutto in scenografie ed effetti visivi che si accompagnassero all’esattezza della parola. Giovampietro, quasi sconosciuto nella città natale, fu apprezzato dai critici teatrali per il suo anticonformismo, per la sua libertà di rivolgersi al pubblico a fine spettacolo per discutere su quanto era stato messo in scena. Allora il teatro diventava un’occasione di confronto su tematiche attuali, solo espresse attraverso un’altra forma, che attraeva semplici spettatori e insieme filosofi, latinisti, grecisti e leopardisti di varie università, quali Ricordo Antonio La Penna e Sebastiano Timpanaro che amavano discutere con Giovampietro fino a notte inoltrata. Lo stesso filosofo Norberto Bobbio, come testimonia il prezioso ricordo di Massimo Lello, usava andare nel suo camerino prima e dopo le repliche torinesi dei suoi spettacoli per continuare a dibattere sulle questioni morali, sociali, profondamente umane, che gli spettacoli giovampietrani sollevavano.
Un uomo di teatro, regista, conduttore radiofonico, stimato e apprezzato oltre i confini nazionali, al quale la città di Velletri dovrebbe dare un reale riconoscimento, se non almeno attraverso il ricordo, finora raggiunto solo per vie traverse, grazie a Vittorio Gassman, veliterno di seconda natura, che dedicò a Giovampietro una puntata di una trasmissione televisiva sul teatro e si intrattenne con lui in un singolare fuori programma dopo una replica de I discorsi di Lisia, rinnovando lo spirito di una appassionata vocazione civica.