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lunedì 20 giugno 2016

La spietata innocenza di un autore contadino: a cavallo tra amore e odio la condanna di Rocco Scotellaro

Trent'anni di vita, tra politica e letteratura, con un solo e incalzante motto interiore: "vivere è l'illusione di non morire mai". Perchè appena "uno si distrae al bivio", l'esistenza ha già virato verso il proprio termine - anche troppo presto - lasciando dietro di sè fogli e scartoffie riempite di versi per cercare di dare un senso all'insensata parabola umana.

Dai leviani paesaggi della Basilicata, Rocco Scotellaro (1923-1953) nasce dal profondo Sud per arrivare fino all'altro capo dell'Italia, a Trento. Di umile famiglia, condivide con il suo mentore Carlo Levi, che avrà un ruolo fondamentale nella sua riscoperta postuma, l'interesse antropologico e letterario verso la realtà dei suoi conterranei, gli amati contadini meridionali, tanto da diventare Sindaco delle genti di Tricarico ad appena 23 anni. I suoi studi confluiscono in "Contadini del Sud", opera di stampo sociologico che cerca di penetrare i misteri, le usanze e gli schemi mentali della popolazione lucana che tanto colpì il dottore torinese e che sentiva già sua - dall'interno, essendovi stato originato - il giovane primo cittadino. L'accusa di concussione e il carcere nel 1950 (sarà poi assolto con formula piena) sono gli ultimi abbagli di una vita stroncata da un infarto (più verosimilmente aneurisma celebrale) ad appena trent'anni.
"Così all'ilare tempo della sera s'acquieta il vento disperato", ma non si placano le speranze di un avvenire migliore dopo gli anni duri della popolazione del mezzogiorno. La costruzione di un ospedale a Tricarico, la strenua lotta contro l'emarginazione imposta, l'occupazione delle terre con la fascia tricolore al petto, lo scatto d'orgoglio contro una povertà intrinseca sono solo alcuni dei tratti del socialista Scotellaro, autore impegnato e uomo tanto onesto quanto puro, capace di riversare nella poesia l'amore per le fattezze contadine della sua anima. La lettera d'amore alla sua terra, riassunta nei versi di "Lucania" pubblicata ad appena 17 anni, si rilegge anche nell'incompiuto romanzo autobiografico "L'uva puttanella", dove gli acini d'uva assurgono all'emblema della classe rurale, così matura e allo stesso tempo così fragile.
Con i lessemi dialettali e il linguaggio aulico, il poeta della Basilicata racconta di una tristezza sospesa, sotto un cielo apparecchiato al temporale che pure stenta a bagnare la terra con le sue forti e irruente gocce possenti. La poetica di Rocco Scotellaro, che si divide tra realismo e lirica pura, non dimentica nessuno degli ultimi ma anzi dà voce alla loro solitudine e al loro malessere atavico e fino a quel momento impenetrabile. La "Serenata al paese" rappresenta la volontà di non dimenticare mai quei cancelli e quei giardini in cui si è formata una mente precoce, giovanile, con gli alti e bassi della spensierata disperazione di un ventenne alle prese con temi e pensieri troppo maturi per la sua età. La delusione politica non è dovuta a speranze mal riposte ma a una genuina fede nel miglioramento, perseguibile più tramite la letteratura che tramite la politica. Fuori dal cancro delle reti clientelari, dunque, Scotellaro si apre ad un impegno civile a trecentosessanta gradi, lasciando le sue idee incise su carta pronto a qualsiasi tempesta lo fosse venuto a prendere ("La terra mi tiene"). Le rivendicazioni sono tanto sentite da creare nel poeta e scrittore un'angoscia in climax, sempre più evidente dal primo all'ultimo verso, come se l'infarto fosse una naturale conseguenza all'inaccettabilità di un "male di vivere" ancora non messo per iscritto da Montale, ma già provato e accennato da Scotellaro. Proprio il maestro ligure apprezza l'autore della "rieducazione morale" di Tricarico - e in effetti ha risvegliato la coscienza di tanti uomini chini sui campi a lavorare - definendo le sue liriche tra "le più significative del nostro tempo". Il vicinato della casa dell'umile letterato, che con le sue artistiche composizioni di parole si è conquistato la fama e la dignità in un'Italia ancora stordita dalla prima guerra mondiale eppure già proiettata nella seconda, è il posto che meglio riassume i racconti evocatori delle liriche scotellariane con protagoniste le donne, i gatti, le albe.
Lo scoramento di "Pozzanghera nera il 18 aprile" dove un io narrante deluso si arrende al proseguimento delle stesse condizioni per altri duemila anni, durante i quali il suo popolo vestirà sempre gli stessi panni e non entrerà mai come suo diritto nel mondo civile già all'epoca fermo ad Eboli, è il messaggio più conciso e critico che Rocco Scotellaro ha lasciato per consacrare e vomitare la sua nausea nei confronti di una politica così distante dalle vere esigenze degli ultimi. Questo input è stato raccolto anche dalla madre del poeta, Francesca Argenti, figura nevralgica per la formazione e la creazione del nido affettivo dello scrittore, la quale ha continuato fino alla sua morte - arrivata nel 1968 - a diffondere e favorire gli studi e le interpretazioni sulle opere poetiche e narrative del figlio. Amore per la vita e paura della morte, ma il filo che lega questi due grandi poli è quello dell'illusione. Sognando ad occhi aperti, Rocco Scotellaro nonostante la sua dipartita arrivata così presto, ha contribuito attivamente ad istituire nel cittadino di domani il seme della giustizia e di quella velleità forse innocente ma sana di poter vivere in un pianeta a misura d'uomo, nonostante le ripetute disillusioni lo rendessero sempre più uno dei tanti "Giovani Soli", faccia a faccia con la morte, come da lui sussurrato nell'ultimo scritto di stampo teatrale.


Da quest'opera destinata al sipario nasce forse l'insegnamento più duraturo e battagliero del maestro di Tricarico: sul palco dell'esistenza, infatti, nonostante il destino comune a tutti è importante il percorso che si decide di intraprendere, ma soprattutto è necessario fare in modo che la via seguita sia costeggiata da autentici valori e da nobili intenzioni. Così, come auspicato ne "L'uva puttanella", Rocco Scotellaro se n'è andato lasciandoci ad appena trent'anni quell'immagine dell'uomo morente con il libro al capezzale, arrivato al capolinea di un cammino breve ma intenso, ed è toccato a chi ne ha percepito l'umanità così sincera spiegare al suo popolo e ai suoi contadini che nonostante tutto l'attento e distratto Rocco  "sarebbe andato avanti per la sua strada" tornando sempre e comunque con la mente "alla sua terra, alle avventure di sempre tra i boschi e le pietre del suo paese, dove avrebbe aspettato il regno della morte, solenne, come gli si doveva". E cioè con una poesia tra le dita e la speranza nel cuore.



Rocco Della Corte