giovedì 4 febbraio 2016

Disastro ferroviario sulla Velletri-Roma, a ventiquattro anni dall'impatto il ricordo dei fatti di Casabianca

Era un lunedì di gennaio del 1992. Lungo la via Appia sfrecciano le ambulanze, l’effetto Doppler anticipa la loro venuta insieme al lampeggio blu intenso, abbacinante nell’oscurità ancora profonda. 

Un impatto inaspettato e non auspicabile per la sua violenza, frutto di un errore umano irraggia nell’immediato un senso di inquietudine per l’accaduto. Dall’archivio di Repubblica riemerge la voce di chi ha provocato l’incidente: "«Che hai fatto? Non doveva partire! L'altro non è arrivato ancora. Dio mio si scontreranno!» Quando ha visto quel treno allontanarsi sul binario della stazione di Ciampino, il mio collega, l'altro capostazione, è arrivato di corsa dal bar, urlando, e mi ha detto così. Allora ho capito che avevo fatto un errore tremendo. Sudavo freddo dalla tensione. Siamo corsi al telefono.


Dovevamo fermare quel maledetto convoglio o l'altro. Abbiamo chiamato la stazione di Cecchina per bloccarlo, ma era già passato. Poi un casellante, ma non c' era, il numero suonava a vuoto...Ero terrorizzato. Alla fine ha risposto. Era passato anche lì. Ed è arrivata la notizia dello scontro, i morti, i feriti...Dio mio".
Potrebbe sembrare l’inizio di un racconto eppure se lo appare è denso di una triste realtà, nasconde sotto le sue pieghe una brutale denuncia alla noncuranza e alla superficialità. Giunta la notizia il cinquantenne Sossio Dolce, ferroviere da trent’anni da poco promosso a capostazione, suda freddo, rimane immobilizzato e, consapevole di aver provocato un disastro non più rimediabile, si dà alla fuga, colto da un istinto difficile da contenere. Intanto lo scontro in velocità e l’inferno. Quel treno, poco prima inconsapevolmente partito da Ciampino con tanta sicurezza, non avrebbe terminato la sua corsa a Velletri e avrebbe impattato, presso Casa Bianca, contro il treno proveniente dal senso opposto che aveva appena lasciato la stazione di Santa Maria della Mole. Così il 27 gennaio 1992 corrono le ambulanze per salvare le vite disperse e abbandonate sui binari, il numero dei feriti sale sempre più, rimangono incerte le morti. Intervengono i vigili del fuoco a soccorrere le persone rimaste intrappolate nel cruento scontro frontale, estraggono il corpo esanime di uno dei macchinisti illuminati solo dalle fotoelettriche perché il sole ancora è timido a gettare luce su un massacro. Sossio vaga per la campagna, contatta i suoi più cari amici e dopo un’ultima telefonata alla famiglia si costituisce al capitano dell’Arma di Castel Gandolfo. Centonovantadue feriti, sei morti e l’accusa di disastro ferroviario aggravato colposo e di omicidio colposo plurimo. Un unico istante, una distrazione minima ma essenziale, ha segnato e sconvolto la vita di sette uomini e delle persone che li amavano.
Le reazioni dell’opinione pubblica variano, si confondono tra loro comprensione verso i limiti dell’uomo e l’inaccettabilità di un simile errore negli anni ’90, nell’era di un progresso che si è rivelato troppe volte beffardo. Anzi, proprio i ferrovieri e soprattutto i sindacalisti pongono sotto accusa non l’uomo ma l’inadeguatezza della linea di collegamento tra Roma e Velletri. Un solo binario non basta per controllare il traffico ferroviario, tutto è in uno stato precario: i macchinisti, privi di radiotelefono, non possono bloccare in caso di emergenza un convoglio; le partenze, gli arrivi sono affidati a una semplice corrispondenza telefonica tra capistazione ed è sufficiente uno squillo andato a vuoto per generare un’incomprensione, per innescare un’inutile strage. Ecco che il racconto intessuto di vero diventa realtà due volte perché oltre a testimoniare qualcosa che è successo nel passato, ormai ventiquattro anni fa, potrebbe avere ancora presa nel presente. I morti, i feriti, ci insegnano sempre a rimediare,a tentare di migliorare le cose nel momento immediato. Ma dai disastri è veramente possibile imparare? Si può progredire sulla pelle degli altri e a scapito della loro esistenza? Forse no, ma probabilmente dobbiamo a quei sogni infranti qualcosa di più che vane speranze e progetti rimasti allo stadio di crisalide. Sarà, ma dal 1992 di tempo ne sembra passato, eppure sulla linea Roma – Velletri rimane indefesso, quasi ovunque, quello stesso binario unico - seppur con le innovazioni tecnologiche di sicurezza volte ad impedire simili episodi- che vide lo scontro mortale tra due treni.

Valentina Leone

Foto storiche: Archivio l'Unità